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approfondimenti

“Il teatro non è un mondo pieno di segni mimetici,
ma un racconto tramite segni.”

da L’analisi degli spettacoli: teatro, mimo, danza, teatro-danza, cinema, P. Pavis, Torino, Lindau, 2004, p.33

 

Le tre brevi analisi qui sotto presentate nascono dal desiderio di utilizzare la lente della disciplina semiotica al servizio di un’esperienza di residenza artistica vissuta in prima persona.
Per dieci giorni durante l’estate del 2017, presso lo spazio Cinema Mele – Ecma Project di Pizzo Calabro, il gruppo guidato dalla coreografa Lara Riccio ha avuto la possibilità di sviluppare il nuovo progetto da tempo in incubazione. Quest’ultimo, muovendo i primi passi dal testo delle Baccanti di Euripide, ha preso la sua strada attraversando i mondi dell’antropologia e delle culture, guadando la letteratura e sconfinando nel terreno dell’arte. Il risultato, “Entheos”, è stato il momento conclusivo della residenza, la performance finale di tale sperimentazione; l’inizio dal quale partire per lo spettacolo oggi definitivo delle “Baccanti. Un doloroso atto di ribellione”.
Il gruppo che ha lavorato con passione al progetto è formato da Lara Riccio, coreografa e tutto fare, Francesca Tagliabue, performer e tecnico luci, io, Francesca Lo Giudice, performer e redattrice di testi dei lavori. Claudio Tomaselli, fotografo e curatore del materiale audio visivo del gruppo.

Qui dunque delle riflessioni sul movimento, come termine di molteplicità. Abbracciando una prospettiva di studio tale per cui l’opera si rivela associazione di segni presi in un reticolo, all’interno dei quali ciascuno di essi non ha senso se non nella dinamica che lo lega agli altri. Una trama questa incastonata a sua volta in una unità di più largo respiro, in cui indici spaziali e temporali formano un complesso intellegibile e concreto. Guardando al teatro, l’azione e il corpo dell’attore si concepiscono come amalgama di uno spazio e di una temporalità specifiche: il corpo non è soltanto, dice Merleau-Ponty, nello spazio; egli è fatto di questo spazio e, oseremo aggiungere, fatto di questo tempo. Di che spazio, di che tempo, di che corpi stiamo qui parlando? Ciò in cui ci si immerge è piuttosto la trama del mito, in cui le immagini si fanno simboli archetipici. Un approccio al lavoro e un resoconto non potranno dunque esaurirsi con una presa di coscienza delle radici storiche, causali; della presa visione con sguardo naturalistico del gesto. Un’ immaginazione di tipo mitologica, per cui il significato simbolico vuole essere la fonte da rintracciare nell’analisi. Dieci giorni di lavoro in cui i nostri tre corpi si sono immersi in questo liquido amniotico. Per arrivare, in ultima battuta, alla performance: quella particolare globalità che, a mio avviso, non lascia spazio a pratiche di studio che mirino a decentrare o avere fede al tocco di una casualità ex machina, bensì comprensibile solo avvertendolo come fenomeno complesso che danza sul terreno di un continuum fatto di persone, spazi e tempi.

Francesca Lo Giudice nasce in provincia di Venezia nel 1989. Si laurea all’Università di Venezia in Filologia classica nel 2013. A questo segue un periodo all’estero, lavorando come insegnante di lingua italiana in Estonia. Ritorna in Italia, dove consegue la laurea magistrale in Semiotica, con una tesi sperimentale su di un’analisi di una produzione teatrale filtrata attraverso la lente della disciplina. Il teatro è una delle sue passioni, che scopre nelle sue diverse forme e declinazioni grazie a numerose esperienze. Dal 2015 al presente lavora con Lara Riccio e Francesca Tagliabue in progetti di teatro-danza.